Banca Valsabbina: è ora di trasformarla in una Spa?

settembre 9, 2016 / Comitato Soci Valsabbina / Dai giornali, Opinioni

schermata-2016-09-28-alle-15-42-07di Aurelio Bizioli – L’ultima quotazione sul mercato Hi-Mtf delle azioni di Banca Valsabbina ha fermato il prezzo di scambio a 7,17 euro con una riduzione, rispetto ai 18 euro di inizio anno, di circa il 60% del suo valore. La notizia, se considerata all’interno del panorama azionario con specifico riferimento al settore bancario, non è certo significativa: dall’inizio dell’anno Unicredit ha perso il 55%, Ubi Banca il 58% e Monte dei Paschi l’87%; decisamente meglio Intesa (-9%) e Popolare di Sondrio (-21%).

Potrebbe sembrare tutto normale se non fosse che le cinque banche citate sono tutte quotate sulla Borsa di Milano e quindi è chiaro ed evidente, per chi opera su quei titoli, il rischio implicito delle operazioni di investimento azionario. Al contrario le azioni Valsabbina, fino alla primavera del 2016, sono state quotate su un mercato ristretto e per decenni hanno avuto una evoluzione di prezzo limitata che le ha portate ad essere “promosse” come un investimento sicuro per risparmiatori tranquilli.

Banca Valsabbina non è più da anni una piccola banca locale. Con 61 sportelli su 5 province, 480 dipendenti e 4 miliardi di attivo è una realtà economico-finanziaria importante con una caratteristica significativa: è un banca popolare con 40 mila azionisti-risparmiatori che è diventata una “istitituzione” per il territorio valsabbino allargandosi di fatto a tutta la provincia di Brescia.

C’è quindi un interesse ed una attenzione diffusa sia al suo funzionamento quale istituto bancario nei confronti dei clienti che alla gestione della partecipazione azionaria nei confronti dei piccoli azionisti che, proprio per la sua natura di banca popolare, sono la maggioranza della compagine societaria. Ed è quindi importante evidenziare che questi sono due aspetti correlati in un mercato razionale (dove il valore delle azioni riflette il valore della società) che si disgiungono pericolosamente in un mercato speculativo dove il titolo azionario segue dinamiche estranee alle dimensioni reali dell’economia.

L’assemblea di approvazione del bilancio 2015 di Valsabbina, tenutasi nell’aprile 2016, ha evidenziato questa distonia: si approvava un risultato positivo di 8 milioni di euro ma il clima che si percepiva, in parte anche manifestato, era di insoddisfazione per la proposta di svalutazione a 14 euro del valore azionario.

Nello stesso periodo un’altra banca locale, anch’essa a capitale diffuso rientrando nella fattispecie del credito cooperativo, approvava un bilancio in perdita per 4 milioni nella piena tranquillità della compagine societaria.

La differenza stava nella diversa impostazione nella partecipazione al capitale sociale: nella banca di credito cooperativo ogni socio aveva sottoscritto solo la quantità minima, poche centinaia di euro, necessaria per acquisire il diritto di partecipazione.

Nel caso di Valsabbina da anni la società ha invece promosso ed incentivato un processo di crescita sia del numero di azionisti che del numero delle azioni possedute (la media è di circa 890 azioni per socio) che rispondeva, ci si augura, ad un progetto di sviluppo gestionale e societario che coincideva, nel breve periodo, con l’interesse del socio. La criticità dell’operazione viene dalla composizione della compagine societaria, priva di investitori istituzionali od imprenditoriali, che ha trasformato in azionisti dei semplici risparmiatori.

La crisi economica ha evidenziato questa criticità a fronte di un rallentamento della crescita dei soci che non ha permesso, negli ultimi due anni, di dare corso regolarmente agli ordini di vendita che si sono accumulati in attesa di acquirenti. L’insoddisfazione in assemblea era un presentimento di quello che è successo con la quotazione sul mercato regolamentato: ogni settimana ordini di vendita per quasi 1 milione di azioni a fronte di ordini di acquisto per circa 10 mila azioni nel migliore dei casi, un prezzo che è sceso a 7 euro per azione con la preoccupante certezza di assistere nelle prossime settimane ad ulteriori ribassi.

Ci sarà anche “il sospetto di una speculazione” (come titolava il Giornale di Brescia di fine agosto) ma la realtà, al di là di operazioni individuali che possono accelerare il processo ma non modificarlo, è che il riequilibrio fra acquisti e vendite non verrà ristabilito a breve. Vi è infatti la percezione che oltre ai quantitativi offerti in vendita ci siano altre posizioni in attesa di vedere una concreta possibilità di cessione prima di immettere i loro titoli sul mercato.

E’ su questo punto che emergono le contraddizioni di una banca popolare (dove, è opportuno ricordarlo, ogni socio conta un voto indipendentemente dal numero di azioni possedute, il cosiddetto “voto capitario”) in cui i pacchetti azionari sono cresciuti in misura eccessiva.

Perché in questa situazione, se si possono intuire le ragioni di necessità o prudenza che spingono i risparmiatori a vendere, non si riesce ad immaginare le motivazioni che possono spingere gli investitori, privati od istituzionali, ad intervenire in acquisto sul mercato.

Il mercato azionario ordinario è influenzato dalla presenza di fondi comuni di investimento che, per fini istituzionali, acquistano azioni per raggiungere i loro obiettivi di breve o medio periodo sulla base di analisi specifiche sulla solidità economico-finanziaria della società. Conditio sine qua non per effettuare un investimento azionario è però la contendibilità della società, cioè la possibilità per chi investe di poter esprimere, direttamente o in accordo con altri soci di riferimento, la governance societaria con riferimento anche a processi di aggregazione ed integrazione.

Un reportage giornalistico del recente convegno economico internazionale di Cernobbio titolava “Banche, pressing per le fusioni. Renzi: “Gli istituti devono aggregarsi: ci sono più poltrone e filiali che nel resto del mondo”. L’invito di Renzi alle aggregazioni bancarie trovava (paradossalmente) consensi tra molti dei principali banchieri italiani.

Nel corso dell’assemblea di aprile si è detto che Valsabbina è la prima banca popolare lombarda; si tratta però di capire se sia un aspetto di soddisfazione o di preoccupazione. Una legge specifica infatti ha costretto le prime dieci banche popolari italiane ad abbandonare il voto capitario trasformandosi in società per azioni; Valsabbina non rientra, per limiti dimensionali, nella previsione legislativa che ha interessato istituti bancari rilevanti come Ubi Banca. Ma è un controsenso che per risolvere le criticità emerse nei decenni di economia in crescita (con la abnorme crescita anche delle compagini societarie in tutte gli istituti interessati) sia sempre necessario un intervento legislativo.

Una compagine societaria in sofferenza che non sia in grado di autoregolamentarsi e di autoriformarsi evidenzia delle gravi patologie di funzionamento.

Gli organi direzionali societari che si sono succeduti in Valsabbina (peraltro con poche modificazioni, ed anche questo è un sintomo di avversione al cambiamento) in questi anni hanno evidentemente delle responsabilità sulla gestione del valore del titolo azionario; ma credo che in questa sede sia di scarsa rilevanza il giudizio sul passato.

Difficilmente può risolvere il problema dell’affidabilità del titolo azionario l’annunciata acquisizione di sette sportelli, dislocati su cinque diverse province, da una banca, Hypo Alpe Adria Bank, che non ha certo lasciato un buon ricordo nel territorio bresciano dopo una gestione particolarmente aggressiva nel settore del leasing industriale.

Il futuro di Banca Valsabbina, che non ha come obiettivo solo una ripresa di valore del titolo azionario ma anche il consolidamento e lo sviluppo sul territorio bresciano di una istituzione finanziaria rilevante, non è una questione che riguarda solo gli organi sociali ma l’intera comunità dei 40 mila soci che deve farsi carico di scelte difficili ed incerte nella convinzione che l’immobilismo non è una soluzione.

Presento qui la stessa proposta che ho avuto modo di esprimere, ovviamente con le limitazioni di un intervento nell’assemblea sul bilancio 2015, nel corso della discussione sulla riduzione del valore di riferimento delle azioni a 14 euro: la trasformazione in società per azioni ordinaria con l’eliminazione del voto capitario. Con questa modificazione statutaria ogni socio conta per il capitale investito attuando una correlazione diretta e proporzionale fra numero di azioni e diritti di voto. Una modifica che, anche non considerando l’opzione di quotazione su un mercato azionario più strutturato del Hi-Mtf (che attualmente quota solo sei banche non certo di rilievo), può avviare un percorso di sviluppo e crescita tramite aggregazioni e fusioni.

All’obiezione espressa in assemblea che nelle società per azioni i soci contano meno è facile, soprattutto ora, rispondere che il mercato ha dimostrato che continuando con questa strategia sono i conti degli azionisti-risparmiatori che non tornano.

La trasformazione in una società per azioni ordinaria è una scelta significativa, peraltro nella stessa direzione dell’indirizzo legislativo, che comporta aspetti positivi (non esclusa la ripresa di valore del titolo azionario anche senza bisogno di quotarsi su mercati finanziari più o meno diffusi) che a mio avviso superano gli aspetti negativi; richiede una serie di argomentazioni che non posso qui esplicitare per non abusare della disponibilità del direttore di questo giornale.

Mi auguro peraltro di poter ritornare sull’argomento, esprimendo compiutamente le motivazioni a favore di questa proposta, in un ulteriore intervento qualora si avviasse, approfittando ulteriormente della cortesia di questa testata giornalistica, un dibattito serio e costruttivo fra i soci.

AURELIO BIZIOLI

Socio Banca Valsabbina dal 1996.

aureliobizioli@gmail.com

 

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